Relations de pouvoir : l’impostura populista

Maria Cristina Addis

  • Università di Siena

DOI : 10.25965/as.6548

Texte intégral

Introduzione

Note de bas de page 1 :

Il nostro studio si avvale dei dati prodotti dal panel GFK (DISPOC - Dipartimento di Scienze Sociali, Politiche e Cognitive dell’Università di Siena). Un’analisi socio-politologica degli stessi è stata elaborata da P. Isernia, T. Bonini et alii, Media, Party Leaders and the 2019 EU Elections (https://interdispoc.unisi.it/en /journal/media-party-leaders-and-the-2019-eu-elections). L’analisi che presentiamo in questa sede si fonda sulle trasmissioni DiMartedì (La7), L’aria che tira (La7), MATRIX (Canale 5), Povera Patria (Rai2), nel periodo 22 aprile - 22 giugno 2019, selezionate in base a criteri cronologici (un mese prima e un mese dopo le elezioni) e di bilanciamento (orientamento politico delle stesse).

Il nostro contributo verte su un corpus di interventi televisivi tenuti a ridosso delle elezioni europee del maggio 2019 dai leader delle quattro principali forze politiche italiane (Matteo Salvini per la Lega, Luigi DiMaio per il Movimento 5 Stelle, Nicola Zingaretti per il Partito Democratico, Silvio Berlusconi per Forza Italia), una delle quali è stata (Forza Italia) e due sono (Lega, M5S) considerate dagli avversari, dai media, dai politologi o, fieramente, dai propri stessi leader, come casi esemplari di populismo1.

Note de bas de page 2 :

Cfr. “Populisme et esthésie”, Actes Sémiotiques, 121, 2018, p. 1.

Come suggerisce Eric Landowski, che il termine sia più o meno appropriato esso individua una serie di correnti accomunate dal fatto di presentarsi in difesa degli interessi del (proprio) “popolo”, proponendo a tal fine misure che spesso contrastano i principi del gioco democratico e dell’equilibrio internazionale2. Quando però si tentano di individuare i valori e gli obiettivi perseguiti dai “difensori del popolo” e soprattutto le ragioni di tanta innegabile popolarità (presso, per giunta, fette di popolazione molto eterogenee per estrazione sociale, tradizione politica e condizione economica), circoscrivere nettamente il fenomeno diventa, soprattutto nel caso italiano, molto più difficile.

La crisi fiduciaria verso le istituzioni, costantemente denunciata dai politologi e all’ordine del giorno nelle agende nazionali ed europee, può spiegare al limite l’avversione alla politica tradizionale, ma, come osserva lo stesso Landowski, non basta a rendere conto l’adesione a quella “antagonista”. Inoltre, la sfiducia non è affatto un’esclusiva degli elettori populisti (chi sceglie di non votare, o colui che avversa le correnti populiste e opta dunque il “male minore”, senza però riporre particolare entusiasmo nel progetto espresso dalla forza che ne conquista il voto, condivide la medesima diffidenza). Infine, l’“innocenza politica”, la credibilità dei j’accuse di Matteo Salvini o Luigi DiMaio e la fiducia generata dal discorso anti-casta non hanno certo basi contro-fattuali, ma sono semmai un miracolo di discorso : il primo è un politico di professione inquadrato fin da giovane età in un partito che ha avuto più volte cariche di governo, il secondo appartiene ormai in toto al sistema delle istituzioni, e i suoi quadri occupano cariche cruciali all’interno di quel Parlamento che agli albori intendeva “aprire come una scatoletta di tonno”.

Per quanto riguarda le ragioni “positive” del successo populista, la vulgata più diffusa, quanto meno in ambito italiano, è quella secondo cui i suoi esponenti “parlano alla pancia” : motivo del loro successo sarebbe quello di far leva su impulsi e passioni “pre-razionali”, toccando nel vivo paure, angosce e desideri dei propri elettori senza, per così dire, mediazione riflessiva. Quest’ultima spiegazione è però altrettanto insolvente, e rischia di abdicare le conquiste teoriche degli studi sulla comunicazione di massa e gli assunti stessi della semiotica strutturale : pensare che la scelta tematica e il fervore retorico producano automaticamente comportamenti elettorali ripropone di fatto gli assunti della teoria ipodermica, come se gli individui fossero una massa indifferenziata di atomi inermi rispetto ai contenuti e le passioni “iniettate” dai mezzi di comunicazione.

Il groviglio di incongruenze e il senso di ambivalenza che gravano sul fenomeno impone di operare lo scarto, proposto da Eric Landowski già a partire dagli anni Ottanta, fra studio della politica e studio del politico, ovvero :

Note de bas de page 3 :

“La politique spectacle revisitée : manipuler par contagion”, Versus, 107-108, 2009, pp. 13-14.

(…) se donner pour objet d’étude l’une des dimensions inhérentes à toute vie en société, celle concernant les rapports de pouvoir (…) qui, entre des acteurs quelconques, s’établissent et par chance aussi se transforment à la faveur de leurs interactions, quel que soit le type d’espace, micro ou macro-social, qu’on envisage (de la cellule familiale à la scène internationale en passant par exemple par l’école, l’entreprise ou, évidemment, l’Etat)3.

Note de bas de page 4 :

È lo stesso Landowski a suggerire di vertere l’attenzione sulla mise en scène quale “fattore esplicativo” cruciale del fenomeno populista. Cfr. “Populisme et esthésie”, cit.

Note de bas de page 5 :

La riflessione sul rapporto fra potere e rappresentazione attraversa l’intera opera mariniana. Cfr. in particolare L. Marin, “Le pouvoir et ses représentations”, in Politiques de la représentation, Paris, Kimé, 2005. Tr. it. “Il potere e le sue rappresentazioni”, Carte Semiotiche Annali, 4, 2016, pp. 206-218.

In tali termini, la “comunicazione politica” non è semplicemente una facoltà estrinseca dei leader che possiedono o ambiscono a possedere incarichi istituzionali, ma il luogo della loro messa in scena in quanto soggetti di potere4, nella duplice dimensione accordata da Louis Marin alla rappresentazione : transitiva (immagine oggetto di un giudizio e una credenza) e riflessiva (immagine di soggetto riflessa della stessa rappresentazione, come colui che “si presenta nell’atto di rappresentare”). La rappresentazione del potere (il ritratto del Re o il racconto delle sue gesta), suggerisce Marin, è allo stesso tempo un segno che converte la forza in potere — che “mette la forza in riserva” convertendo la forza fisica, in sé inaccessibile a chiunque non ne faccia esperienza diretta, in forza “veduta”, “forza cui basta vista per essere creduta” — e un’immagine di soggetto con valore di legge, non semplicemente un’immagine del soggetto ma quella legittima, quella in diritto di rappresentare e figurare il suo soggetto. Ne discende che il potere, e in particolare il potere assoluto, tende al controllo della propria immagine pubblica, laddove è sia il luogo di costruzione e conservazione del potere sia il luogo in cui esso è più a rischio, è ciò che diffonde e esibisce il sapere pubblicamente accessibile sul suo conto e produce il credere alla sua forza5.

Note de bas de page 6 :

Sui rapporti fra nuove forme della comunicazione e fenomeni populisti rimandiamo in particolare a A. Dal Lago, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Milano, Raffaello Cortina, 2017, e M. Revelli, Populismo 2.0, Torino, Einaudi, 2017. In ambito semiotico, cfr. l’idea di social-ismo elaborata da F. Sedda e P. Demuru, “Social-ismo. Forme dell’espressione politica nell’era del populismo digitale”, Carte Semiotiche Annali, 6, 2020, e l’analisi delle strategie persuasive del Movimento 5 Stelle sviluppata da E.M. Bianchi, “La strategia della partecipazione. Il caso italiano del Movimento 5 Stelle”, ibid., e G. Gallo, “Enunciazioni ‘politiche' e social web : il caso italiano tra contratto di governo e patto fiduciario”, ibid.

Da questo punto di vista, il formato del talk-show televisivo costituisce un osservatorio privilegiato. In generale, l’apparizione televisiva propone un’immagine che non dipende in toto dalla volontà del leader, ma dall’interazione con il conduttore e eventualmente gli altri ospiti : altri politici, alleati o avversari, giornalisti o esperti. Per quanto surclassati su numerosi fronti dal web e dai social, i media Broadcasting, e in particolare la stampa e la televisione, continuano a svolgere una funzione che le nuove forme di comunicazione non hanno sostituito del tutto, in quanto si tratta di un’esibizione propriamente pubblica. I tweet più o meno virulenti o i post politicamente scorretti si rivolgono principalmente ai followers e agli avversari, e per successiva propagazione virale presso altre fette della popolazione, in tempi non sempre sincroni e con statuto incerto, sempre in bilico fra il pubblico e il privato, fra la dichiarazione ufficiale e l’esternazione a titolo personale. L’apparizione televisiva al contrario è un’esibizione davanti a tutti, sostenitori e detrattori, alleati e avversari, indecisi e parti terze più o meno coinvolte, dallo stesso spazio, nello stesso momento e tramite un’unica performance in cui confluiscono una rete di azioni e interazioni strettamente correlate ma distinte6.

L’intervento televisivo consiste infatti in primo luogo nella produzione di immagini — di sé, degli altri attori politici, dell’elettorato, del Paese, dello scenario internazionale — che condividono con il “ritratto del Re” l’ambizione all’assoluto : il leader non si limita a “esprimere la propria opinione” o a rispondere su determinati fatti, ma stabilisce la griglia semantica e timica tramite cui leggere l’intero contesto politico e sociale. Tale rappresentazione emerge però tramite un’interazione dialogica che vede i due interlocutori in posizione asimmetrica : chi fa le domande esercita un potere di verità sull’altro, e chi fornisce le risposte è oggetto del suo giudizio. Il giornalista esprime il potere di rendere pubblico il pensiero e l’operato dei politici, di imporre temi e prospettive di discussione e di individuare difetti e contraddizioni nelle loro dichiarazioni e nel loro operato. Lo scambio conversazionale fra intervistatore e intervistato esprime dunque un rapporto di forza, in cui la “tensione all’assoluto” del leader è contrastata dal “quarto potere”, ovvero da un’istituzione democratica la cui funzione principale è arginare e limitare gli altri poteri costituiti. Sia la narrazione prodotta sia l’interazione che la produce costituiscono infine uno spettacolo per il pubblico : i protagonisti del dialogo si rivolgono all’altro e allo stesso tempo a tutti, sia le loro posizioni che il loro confronto / scontro sono oggetto di giudizio da parte di un osservatore terzo che compara le rispettive opinioni e condotte e valuta il loro scontro.

Note de bas de page 7 :

J.-M. Floch, “Sémiotique et design. La scénographie du pouvoir dans le mobilier de haute direction”, Protée, 21, 1983. Tr. it., “Le scrivanie per dirigenti. Analisi di una scenografia del potere”, in A. Semprini (a cura di), Il senso delle cose, Milano, FrancoAngeli 1999. Ora in Bricolage. Lettera ai semiologi della terraferma, a cura di M.L. Agnello e G. Marrone, Milano, Booklet, 2006.

Note de bas de page 8 :

Ne riassumiamo per comodità di lettura i tratti cruciali : la programmazione individua un genere di interazione che nega la relazione con l’altro e il suo statuto di soggetto, e prevede un programma d’azione o comunicazione pregresso che non viene modificato dall’interazione in corso ; la manipolazione individua un genere di interazione che punta sulla razionalità dell’altro per condurlo ad abbracciare le proprie opinioni o posizioni o ad accettare la necessità o ragionevolezza di soluzioni per lui non del tutto o affatto favorevoli ; l’aggiustamento impone di “sposare” il potenziale di situazione, un’interazione fondata sulla sensibilità e la capacità di reazione e riconfigurazione a partire dalle azioni e le “mosse” dell’altro ; l’affidamento individua un genere di interazione che nega l’alterità, prefigurando o esercitando l’assimilazione passiva all’altro in virtù di un’ineluttabilità non negoziabile. Cfr. la sistematizzazione teorica offerta dall’autore in Rischiare nelle interazioni (2005), Milano, FrancoAngeli, 2010. Rispetto nello specifico al campo del politico, cfr. E. Landowski, “Politiques de la sémiotique”, Rivista Italiana di Filosofia del linguaggio, 13, 2, 2019.

Lo studio dei tre livelli si avvale in particolare di due “modelli” complementari, due forme di interrogare in immanenza i rapporti di potere descritti dalla mise en scène e i regimi di interazione che questa prefigura o entro cui si inscrive. Il primo discende dalla celebre analisi delle Scrivanie per dirigenti operata da Jean-Marie Floch, che coordinava i rapporti topologici e scopici descritti dalle scrivanie ad altrettante concezioni del del potere di dirigere7. A partire da due domande molto semplici, il genere di competenza che il leader si attribuisce (pragmatica o cognitiva) e la posizione che mostra di occupare rispetto alla forza politica di appartenenza (verticale o orizzontale), inizia a tratteggiarsi un ritratto di massima, che oppone l’ideazione all’azione, un potere accentrato a un potere condiviso. Il secondo è quello elaborato da Eric Landowski a proposito dei regimi di interazione. A latere dell’articolata elaborazione teorica e della pluralità di campi che questa intercetta, il nostro lavoro attinge al modello di Landowski al fine di descrivere l’interazione (fra potere politico e quarto potere, fra leader e pubblico, fra “governatore” e “governati”) a partire dal valore assunto dall’altro all’interno dell’interazione stessa8. Anche in questo caso, la semplicità dell’interrogazione — quali regimi di interazione fondano lo scambio dialogico fra capo politico e giornalista, la relazione fra retore e auditorio e il rapporto fra “governatore” e “governati” mostrati o prefigurati dal discorso del leader — permette di andare notevolmente in profondità nell’analisi dei rapporti di potere sottesi alla “chimera” populista.

Note de bas de page 9 :

“A distinguere anzitutto il discorso populista è una vaghezza semantica di fondo, il costante dislocarsi entro una nebulosa di significato che costituisce, in chiave semiopolitica, il campo d’azione e l’orizzonte strategico dei soggetti che ne fanno uso”, P. Demuru e F. Sedda, “Da cosa si riconosce il populismo. Ipotesi semiopolitiche”, Actes Sémiotiques, 121, 2018”, p. 3.

Il ristretto corpus che abbiamo sottoposto ad analisi non è rappresentativo del “discorso populista”, la cui caratteristica principale, come sottolineano Demuru-Sedda9, è quella di cambiare continuamente. L’obiettivo è piuttosto quello di testare una batteria di “buone domande” semiotiche da rivolgere al politico, messe a fuoco attraverso l’analisi della sua mise en scène e mise en abîme all’interno del talk-show. Oggetto dell’analisi non è né il dispositivo mediatico né il mero contenuto delle narrazioni dei leader, ma i rapporti di potere espressi, prefigurati ed esercitati tramite di esso, quale luogo e strumento di costruzione dell’immagine pubblica.

1. Immagini del potere : stili di leadership

Per quanto un progetto politico possa imperniarsi sulla protesta e la contestazione e tentare di auto-definirsi esclusivamente in negativo, questa stessa “commedia”, come tutte le altre, per avere senso deve selezionare per ognuno dei suoi attori determinate qualità positive, li deve presentare da un qualche punto di vista, scopico e semantico, che traduce modelli di polis profondamente differenti. A monte della diversità dei contenuti e degli stili con cui ognuno allestisce la propria mise en scène, la funzione stessa di capo presuppone una determinata concezione dell’agire governativo e una duplice posizione di potere, verso l’esterno (gli alleati o avversari, l’Europa, la società civile), e verso l’interno, rispetto agli altri membri della forza politica di cui è, appunto, il vertice.

Una prima macro-articolazione dipende dalla concezione dell’agire governativo — come ideazione progettuale (competenza cognitiva) o azione immediata (competenza pragmatica) — e del rapporto fra leader e forma politica di appartenenza — verticale (dominio) o orizzontale (partecipazione). (Cfr. infra, Fig. 1).

1.1. Io-stratega : il decisore (Silvio Berlusconi)

Note de bas de page 10 :

“Noi siamo il Partito che ha la classe dirigente più elevata. In Parlamento, il nostro gruppo è l’Università, gli altri partiti sono molto meno dell’Università e qualcuno, come i 5 Stelle, è l’asilo. (…). Abbiamo ministri molto capaci, assessori molto bravi, sindaci molto bravi, abbiamo insomma la migliore classe dirigente di qualunque altra forza politica”. S. Berlusconi, MATRIX, Canale 5, 22 maggio 2019.

Note de bas de page 11 :

“(…) io sono l’unico leader decente in campo. Ma guardi in giro. (…) Ma lo sa cosa ho fatto io nella vita ? guardando a quello che ho fatto io, e ai miei 9 Governi, che sono stati giudicati da un’università non di centro-destra, aver fatto cose migliori dei 50 governi precedenti tutti insieme, per non parlare di quello che è stato fatto dopo, con i risultati dell’isolamento dall’Europa. (…) io vorrei essere ricordato semplicemente perché i miei Governi sono stati meglio di qualunque altro governo nella storia della Repubblica fino a ora”. S. Berlusconi, DiMartedì, La7, 21 maggio 2019.

Note de bas de page 12 :

“(…) i grillini rappresentano per l’Italia oggi un pericolo maggiore di quello che rifece scendere in campo nel 94 per evitare che i comunisti pigliassero il potere. Perché ? Perché hanno le stesse idee dei comunisti, ma sono spinti da un impulso di invidia sociale e in più hanno un’assoluta incompetenza, inesperienza, impreparazione… sono dei dilettanti (…)” (S. Berlusconi, MATRIX - Canale 5, 22 maggio 2019) ; “Questi scappati di casa sono persone che non hanno mai lavorato [riferito ai Grillini], che non sanno quali sono i problemi di un’impresa, i problemi del mondo del lavoro, nessun Italiano assegnerebbe a uno di questi una piccola impresa, che so un bar, o una fabbrichetta con dieci-quindici persone, gli Italiani con il loro voto gli hanno dato in mano l’Italia” (S. Berlusconi, DiMartedì, La7, 21 maggio 2019).

Silvio Berlusconi ha una concezione dell’agire governativo come direzione strategica, quale competenza cognitiva specifica della professione. La forza politica di riferimento, Forza Italia, è descritta come una struttura piramidale di tipo appunto dirigenziale (“la migliore classe dirigente di qualunque forza politica”) che si dirama dall’alto verso il basso, dal miglior leader della storia della Repubblica, ai subalterni più prossimi al “capo” con posizioni di massimo prestigio in Italia e in Europa, e a scendere ministri, assessori, sindaci “molto capaci” e “molto bravi”10. Il soggetto dell’azione di Governo è strettamente individuale : la sfilza di successi e scelte azzeccate snocciolata dal Cavaliere dipende da un io-stratega le cui scelte tattiche sono state e sono in grado di guidare l’intero Paese verso la crescita economica e la centralità internazionale11. L’avversario politico è dunque duplice, connotato ideologicamente (i comunisti) e per difetto di competenza cognitiva (i dilettanti), difetti che convergono negli esponenti del Movimento 5 Stelle12.

1.2. Noi-collegio : il moderatore (Nicola Zingaretti)

Note de bas de page 13 :

“Guardi che nessuno nega, e ne abbiamo discusso, che noi siamo riusciti con i nostri governi a portare l’Italia fuori dalla crisi, che forse c’è stata poca attenzione, molta disattenzione alle disuguaglianze e forse anche un po’ di arroganza, ma tutti gli indicatori del lavoro, della crescita, dello sviluppo, della credibilità internazionale in questi 11 mesi sono peggiorati. (…) Ieri hanno chiuso diverse pagine facebook, che avevano due milioni e 600 mila followers, perché erano caratterizzate da dire solo bugie, insulti e fake news. E la maggior parte di queste pagine era riferibile a 5 Stelle e alla Lega. Noi viviamo in un tempo purtroppo nel quale il dibattito politico, che dovrebbe essere sulle idee, punta, invece che sulle idee diverse, a distruggere le persone che esprimono le idee, a prescindere dalle loro idee, e quindi siamo nel pieno di una degenerazione. Quando io sento questi argomenti non ho paura per me, ma credo sia grave per tutti noi, perché impedisce che il confronto in un grande Paese come questo sia fatto sulle cose concrete (…)”. N. Zingaretti, DiMartedì, La7, 21 maggio 2019.

Come Berlusconi, Nicola Zingaretti valorizza la professione del politico, quale esercizio di intelligenza e competenza. A differenza del leader di Forza Italia, però, il focus del suo discorso non verte sugli esiti di tale fare cognitivo, sulle scelte in sé, ma sul processo di elaborazione delle stesse, il “dibattito”. La struttura del Partito Democratico è dipinta come un collegio di pari, la cui competenza dipende non tanto dal talento di ognuno, quanto dalla capacità di tutti di accogliere e valutare oggettivamente le idee dell’altro al fine di elaborare una soluzione condivisa, competenza attestata dalla capacità di critica, degli altri come di se stessi (“forse c’è stata poca attenzione, molta disattenzione alle disuguaglianze e forse anche un po’ di arroganza”) e dal desiderio di confronto costruttivo “sulle idee”13. Funzione del leader è quella di moderatore, garante della coesione interna e dello svolgimento ordinato della discussione.

Coerentemente, il soggetto dell’agire governativo è collettivo (i nostri governi, noi abbiamo fatto, etc.), e la sua principale competenza consiste in definitiva nella capacità di gestire la complessità e calcolare in anticipo gli effetti possibili di ogni scelta. Mentre Berlusconi racconta di scelte tonde e nette che hanno prodotto solo vantaggi, Zingaretti porta costantemente l’attenzione sul rapporto fra vantaggi e svantaggi, fra perdite e guadagni : funzione del governo è far sì che le prime siano minori dei secondi, tenuto conto di tutti i fattori e gli attori in gioco.

Le competenze che attribuisce al Partito sono, come per Berlusconi, prettamente cognitive, quale facoltà di astrarre le idee dalle persone, di leggere e interpretare correttamente i “dati di fatto”. Il nemico giurato (Lega e ancora Movimento 5 Stelle) non è più colui che manca di talento e esperienza, ma chi non vuole e non è in grado di ragionare, ovvero colui che non è capace di astrazione : come Berlusconi distingue fra “Università” e “asilo”, Zingaretti oppone civiltà e barbarie, soggetti razionali che dibattono di concetti e bruti che infieriscono fisicamente sui corpi.

1.3. Io-Capitano : il pilota (Matteo Salvini)

Note de bas de page 14 :

“(…) io guardo avanti, mi son portato un elenco dei dossier che ho sulla scrivania, oggi ero al Ministero dell’Interno a vedere i fascicoli lotta alla droga, dossier per combattere le truffe agli anziani, dossier sulle case-famiglia, coi minori ostacolo delle case famiglia, un nuovo testo unico sull’immigrazione, (…) le telecamere negli asili nido e nelle case di riposo, una legge che inasprisce le pene per chi maltratta e abbandona gli animali (…). Io ho intenzione di andare avanti, non rispondo e lavoro, lavoro, lavoro. Sarebbe opportuno che tutti facessero così”. M. Salvini (interrogato sulla tenuta del Governo), Povera Patria, Rai 2, 29 aprile 2019.

Come per il capo di Forza Italia, per Salvini il Governo c’est moi, il soggetto dell’azione governativa è individuale, e anche in questo caso tale azione deve essere efficace, rapida, risolutoria : “io per fare queste cose ho bisogno di un Governo, possibilmente non litigioso”14. La sua natura invece è opposta : per il leader della Lega si tratta della realizzazione pragmatica di azioni fisiche, esercizio di una competenza (auto)valutata in base al numero di dossier compilati, di decreti emessi, di luoghi visitati, di opere realizzate. Al “programma” di Berlusconi e al “piano” di Zingaretti, Salvini oppone il “contratto di governo” stipulato con i 5 Stelle, quale sommatoria di obiettivi puntuali che livella e pone sullo stesso piano macro-problematiche (droga, immigrazione) e micro-azioni locali (installare telecamere negli asili e nelle case di riposo, inasprire le leggi contro le truffe agli anziani e contro il maltrattamento degli animali), altrettanti punti equivalenti di una sorta di “lista delle cose da fare” da depennare una a una appena compiute.

Mentre i leader di Forza Italia e del Partito Democratico valorizzano il primo il talento manageriale del singolo (contro l’incompetenza e il dilettantismo altrui) e il secondo la capacità di dibattito del collettivo (contro l’irrazionalità dei “bruti”), Salvini impernia il proprio personaggio sull’instancabilità del corpo, suddividendo l’agire politico in azioni che trasformano direttamente lo stato di cose (le proprie) e azioni che non producono alcun effetto diretto sulla “realtà” (quelle degli avversari) : “il 25 aprile non ero a fare il picnic ma ero a Corleone a inaugurare una nuova sede del Commissariato di Polizia di Stato che è in trincea. (…) Sarebbe stato più comodo passeggiare o sfilare per il 25 aprile. Ma io ho fatto il Ministro dell’Interno. Punto.” (M. Salvini, Povera Patria, Rai 2, 29 aprile 2019).

Qualcuno potrebbe obiettare che viaggiare per celebrare la Repubblica richiede lo stesso sforzo che farlo per inaugurare una sede della Polizia di Stato, e che si tratta in entrambi i casi di azioni simboliche e senza nessuna ricaduta diretta sullo stato di cose, ma all’interno del dramma allestito da Salvini la prima ruota attorno alla memoria di un passato che comunque non tornerà più, che ha perso di realtà e dunque permane come parola vuota, mentre la seconda manifesterebbe un coinvolgimento in prima linea e al presente rispetto alle emergenze della società civile. L’antagonista è dunque colui che si arrocca nelle istituzioni e si dedica ad azioni rituali, opposto a chi, come lui, è sempre “in trincea”. La concezione dell’agire governativo è dunque pragmatica e individuale : non si tratta più del vertice di una piramide ma di una “prima linea”, al comando di una “squadra mobile” guidata da un capo costantemente mobilitato, che instancabilmente opera, viaggia, realizza, che raggiunge uno a uno i luoghi e gli individui che necessitano di intervento, risolve e riparte per nuova missione.

1.4. Noi-Movimento : l’esecutore (Luigi Di Maio)

Note de bas de page 15 :

“Io penso che questo governo ha senso che vada avanti nei prossimi quattro anni se fa le cose concrete. (…) Il senso di questo governo è di fare cose concrete. (…) gli Italiani ci mandano a quel paese se cominciamo ad alimentare dibattiti su destra e sinistra degli anni Settanta, noi dobbiamo occuparci dei temi concreti. (…) Noi abbiamo due livelli. Uno è quello dei fatti, e il governo produce fatti, e i numeri in Parlamento ci sono solo se il Movimento 5 Stelle vota le leggi. L’altro è il livello delle parole”. L. DiMaio, DiMartedì, La7, 21 maggio 2019.

Il leader del Movimento 5 Stelle condivide con Salvini una concezione pragmatica dell’agire governativo e l’avversione verso l’astrazione (incluse le ideologie storiche)15. Ma mentre Salvini valorizza le “cose da fare” in quanto tali, DiMaio, come Zingaretti, sposta il focus sul processo che conduce a stabilire cosa fare.

L’agire governativo traduce, secondo il leader, la volontà degli iscritti e degli elettori, dei “semplici cittadini” che grazie al Movimento sono entrati nelle istituzioni e hanno avuto accesso alla facoltà di decidere : “Io ho detto al Movimento e agli iscritti 3 giorni dopo le Europee decidete se devo restare oppure no. Ho chiesto ai nostri iscritti del Movimento, che sono quelli che hanno deciso in questi anni dove si dovesse andare in tante decisioni politiche” (L. DiMaio, L’aria che tira, La7, 11 giugno 2019).

La forza politica di riferimento è articolata come una rete che, in senso inverso rispetto alla piramide di Forza Italia, si muove dal basso verso l’alto, affinché chiunque lo desideri possa incidere sulle sorti del Paese.

Come nel caso di Zingaretti, la posizione assunta all’interno della forza politica è orizzontale e il soggetto del potere è collettivo, ma l’una e l’altro hanno competenze e mire contrarie : se il primo esprime un circolo chiuso di “esperti”, in grado di maturare decisioni valide per il bene della società civile, il secondo sostiene di rappresentare una rete di individui la cui principale competenza è l’estraneità al mondo della politica. DiMaio non accenna mai alle qualità o capacità intellettive degli esponenti del M5S, né tanto meno alle modalità di dibattito sul blog : “Abbiamo raggiunto il record mondiale di votanti per un singolo giorno per una forza politica”. (L. DiMaio, ivi). La stessa piattaforma Rousseau, convocata dai numerosi “record” raggiunti dal Movimento, è descritta e pensata come una sorta di referendum perenne, in cui ognuno esprime preferenze rispetto a una questione pre-formulata. I pregi del Movimento consistono al contrario, nel suo discorso, nel numero di persone coinvolte nei processi decisionali e il processo anch’esso “quantitativo” di decisione, secondo la logica dell’“uno vale uno”. Parimenti, se per il primo la funzione del capo e del Governo è quella di mediare fra gli attori in gioco da una posizione terza e super-partes, per il Movimento si tratta di de-mediare il rapporto fra cittadini e istituzioni : “Questa è una forza politica che ha permesso a giovani e meno giovani, a semplici cittadini, di entrare nelle istituzioni e di decidere. È quello che io devo garantire come capo politico” (L. DiMaio, ivi).

Il nemico giurato è dunque il politico di professione, la casta : l’opacità del sistema di rappresentanza tradizionale (o meglio la sua degenerazione in casta, in élite che agisce ai fini della propria auto-conservazione), è opposta alla trasparenza del nuovo meccanismo. Il soggetto dell’azione governativa è collettivo, ma le sue competenze sono contrarie a quelle vantate dal noi-Partito : si tratta di un noi-movimento, l’insieme di cittadini attivi mobilitati al fine di smantellare le strutture di potere che li separano dalle “stanze dei bottoni”, che oppone alla logica gerarchica espressa dai “vecchi partiti” e al fare qualitativo e astratto delle loro cariche quella orizzontale dei “nuovi movimenti” e il fare quantitativo e concreto che ne discende.

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Fig. 1. Stili di leadership.

2. Scenari e modelli di mondo

Paradossalmente, solo il leader di Forza Italia, l’imprenditore che agli inizi della propria carriera politica si definiva fieramente “anti-politico”, si appella esplicitamente alle ideologie novecentesche. Gli altri tre, in modi più o meno espliciti, si dichiarano “post-ideologici” : Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno sempre posto il superamento delle ideologie storiche al centro delle proprie retoriche, e il leader dell’unica forza di centro-sinistra ha più volte dichiarato che “non c’è alto e basso, destra e sinistra, ci sono i problemi concreti” (N. Zingaretti, DiMartedì, 21 maggio 2019).

Ma cosa significa “superare” non una ideologia, ma l’esistenza e pertinenza di qualunque ideologia ? E soprattutto, cosa fonda il patto fra rappresentanti politici e elettori, una volta superata una visione “di principio” dei rapporti economici e sociali ?

Anche in questo caso, abbiamo tentato di “sbrogliare” il paradosso articolando la domanda in questioni diverse e relativamente autonome : i) il genere di valori perseguiti dal leader (in sé vs d’uso) ; distinguiamo a tal proposito fra valori ideologici (circoscrivendo il termine ai valori perseguiti in quanto tali, quale fine ultimo dell’azione politica) e valori pragmatici (perseguiti al fine di raggiungere un obiettivo ulteriore, di natura pratica) ; ii) il genere di soggetto che persegue tali valori (la soggettività astratta espressa dalla carica istituzionale vs l’individuo empirico e singolare che la occupa) e il genere di spazio in cui di conseguenza si situano le sue azioni e interazioni ; riconosciamo dunque soggetti istituzionali, ovvero coloro che sospendono le volontà e le motivazioni della persona fisica a favore di quelli della carica e trovano il proprio campo da gioco nel Parlamento (Italiano e Europeo) e in generale nei luoghi, i tempi e i riti delle istituzioni, e soggetti antagonisti, che modellano la propria identità dall’esterno e contro le istituzioni, magnificando la “persona fisica” a discapito della carica e individuando il “proprio posto” di leader — fisico e identitario — presso la società civile.

Una simile “riduzione” comporta necessariamente la ricostruzione degli scenari geo-politici e socio-economici allestiti da ognuno, da cui discendono giocoforza una cartografia e etnografia più o meno implicite che modellano ognuna diversamente i medesimi “enti”.

2.1. Ideologia istituzionale : Stato moderno e Guerra Fredda (Silvio Berlusconi)

La deregulation cavallo di battaglia della Forza Italia anni Novanta è ora nobilitata all’interno di un paradigma politico, il liberalismo, in cui la libera competizione è teorizzata e inscritta in una visione ultima dello Stato :

G. Floris (giornalista conduttore del programma) : Lei pensa che Bersani [ex leader del PD] fosse meglio [del Movimento 5 Stelle] ?
S. Berlusconi : Non posso accettare un confronto di questo genere, perché tra me liberale e i comunisti, c’è un divario invalicabile, la concezione dello Stato. Per loro lo Stato ha nei cittadini dei sudditi, è lo Stato che dà ai cittadini i loro diritti, quando chi è al potere avesse interesse a togliere o a diminuire questi diritti potrebbe farlo. Per noi, i nostri diritti ci appartengono per natura e per chi ci ha creato, il diritto di libertà in primis, lo Stato deve tutelare e garantire questi diritti e non ce li può togliere per nessuna ragione al mondo. (DiMartedì, La7, 14 maggio 2019).

La “liberazione” dell’individuo dalla pressione fiscale, burocratica, giudiziaria, non è una battaglia contro la politica, ma contro una delle sue possibili espressioni, il comunismo. Da cui il “dovere” di tutelare i diritti dell’Homo oeconomicus : “Il programma della Flat Tax è universale, lo annunciò Kennedy, poi lo uccisero, e lo seguì il suo successore Johnson. Vent’anni dopo [la applicò] Reagan (…) è stata applicata per fare altri esempi dalla Signora Thatcher in Inghilterra, da Putin con identici risultati” (S. Berlusconi, ivi). Coerentemente con il profilo del “decisore”, Berlusconi si inscrive nel pantheon dei leader più celebri, coloro che grazie al proprio personale carisma e genio tattico hanno cambiato drasticamente la propria nazione e lo stesso scenario e immaginario politico.

La manque che innesca l’agire governativo dipende dall’azione contraria di un anti-soggetto definito in base all’idea di Stato di cui è portatore, nemico esterno (l’azione aggressiva e illiberale dell’economia pianificata cinese sui mercati) e interno (leggi “comuniste” sul fisco e la burocrazia, istituzioni viziate e corrotte dai “comunisti”, i “comunisti del presente”, ovvero il Movimento 5 Stelle, che a una simile visione dello Stato aggiungono la totale incompetenza). A livello internazionale come a livello nazionale, il “programma” di Berlusconi coincide con un’azione di liberazione dai comunisti.

Note de bas de page 16 :

“Bisogna cambiare la politica europea e modificare l’Occidente perché solo un Occidente unito potrà resistere alla sfida espansionistica e egemonica del comunismo cinese”. S. Berlusconi, DiMartedì, La7, 21 maggio 2019.

Note de bas de page 17 :

“Nel 2011 c’è stato un tranquillo colpo di stato contro di me, per esserci colpo di stato non c’è bisogno odi avere i carri armati in strada, basta che si mandi via un governo eletto democraticamente e al suo posto se ne metta uno non eletto. (…) La Magistratura di sinistra ha avuto un ruolo nel mio allontanamento, sulla base di questa sentenza io sono stato buttato fuori dal Senato (…), adesso sono tornato perché il mio senso di responsabilità mi induce ad impegnarmi ancora perché l’Italia corre un grave rischio, perché bisogna cambiare l’Europa”. S. Berlusconi, DiMartedì, La7, 21 maggio 2019.

Nel primo caso, l’intera geo-politica mondiale è polarizzata fra regimi occidentali, democratici (l’Occidente unito), e regimi “sovietici”, anti-democratici (la Cina comunista), ovvero fra due concezioni contrarie del diritto e della res pubblica, fra uno Stato che viola i diritti dell’individuo e uno Stato che li tutela. L’Europa è pensata a partire dal suo Parlamento e dalle sue cariche, in cui, grazie all’arte della diplomazia, si stringono alleanze, accordi, si costruiscono “ottimi rapporti” con altri leader16. Nel secondo caso, Berlusconi si propone di modificare quelle leggi e procedure stabilite da coloro per i quali “lo Stato ha nei cittadini dei sudditi” e dipinge istituzioni corrotte dai responsabili del “colpo di Stato” e da una parte di Magistratura deviata, che sovverte il principio di autonomia del potere giudiziario17.

Note de bas de page 18 :

Cfr. in particolare C. Schmitt, Land und Meer : Eine weltgeschichtliche Betrachtung (1942), Stuttgart, Reclam, 1954. Tr. it., Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Milano, Adelphi, 2002.

Lo scenario geo-politico dipinto dal Cavaliere vede al centro degli equilibri del Pianeta lo Stato moderno. Il suo racconto sembra conciliare miticamente la dialettica fra tensioni “terrestri” e tensioni “marittime” che nella lettura di Carl Schmitt fonda e minaccia a un tempo l’organizzazione eurocentrica del mondo che prende forma a partire dalle scoperte geografiche del 1492. Nella “breve storia del mondo” di Schmitt la nuova “Potenza Europea” da un lato trascende l’antico ordinamento feudale nell’entità politica dello Stato sovrano, intensificando e raffinando gli apparati di governo e l’arte diplomatica, e dall’altro si nutre economicamente della dislocazione di corpi e beni al suo interno e fra Vecchio e Nuovo Mondo, secondo flussi emancipati dall’azione di contenimento territoriale e giuridico operata dall’istituzione politica18. Similmente, Berlusconi da un lato si presenta come impegnato in un’azione di mediazione di e fra cariche istituzionali, a stringere accordi, negoziati, alleanze, dall’altro, il suo programma descrive uno Stato ridotto al minimum di regole necessarie a coordinare l’iniziativa privata e a garantire che la competizione sia “libera”, come un apparato che risponde alle esigenze delle aziende private e che ne adotta i valori : agilità, efficienza, rapidità. Coerentemente con la storia politica e comunicativa di Berlusconi, lo Stato da lui proposto fonde bene comune e interesse privato, come il suo leader riunisce l’imprenditore di successo e il politico d’eccezione.

In ogni caso si tratta di un mondo in cui è la politica a stabilire l’orientamento dell’economia e della società civile : la politica di oggi è “uguale alla politica di sempre” — con l’unica differenza della caduta di “spessore” dei suoi protagonisti —, in continuità con quella inaugurata dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Berlusconi ripropone di fatto un assetto da “Guerra Fredda”, in cui in questo caso si oppongono un Occidente unito (di cui ora fa parte l’ex URSS) e la Cina. Da questo punto di vista, i comunisti “interni” dipinti da Berlusconi assomigliano sorprendentemente a quelli raccontati dai leader della Democrazia Cristiana o dai leader statunitensi nel periodo precedente all’1989 : illiberali, anti-democratici, cospiratori, clandestinamente infiltrati nelle istituzioni e minaccia perenne alla democrazia.

Rispetto allo scenario socio-economico, la manque iniziale si traduce in particolare nell’emergenza tasse : “Il nostro programma punta soprattutto alle emergenze tasse per sollevare gli Italiani dall’oppressione fiscale, poi burocratica, poi giudiziaria, il programma che porterà poi a creare molti più posti di lavoro” (DiMartedì, La7, 21 maggio 2019). A livello micro, lo “scandalo della tassa di successione”, che depreda il “gruzzoletto messo insieme da una mamma e un papà con il lavoro di una vita, piccolo o grande che sia” (DiMartedì, ivi), convoca il “piccolo risparmiatore”, colui che a sua volta è stato un piccolo “dirigente”, nell’utilizzo oculato delle spese e nell’accumulo progressivo di capitale.

Il progetto di ripresa economica del leader di Forza Italia punta dunque a diminuire la percentuale di guadagno o risparmio individuale che ognuno cede allo Stato in quanto cittadino. Per quanto (in questa occasione) non esplicitamente specificato, gli “Italiani” convocati dal Cavaliere coincidono con i principali beneficiari della “liberazione” da tasse, iter burocratici e vincoli giudiziari : i tagli fiscali aumenteranno la capacità di sopravvivenza e sviluppo delle aziende private, che di conseguenza apriranno nuovi posti di lavoro. In piena coerenza con la sua “visione liberale”, le misure dello Stato si rivolgono in primis ai bisogni e alle esigenze degli imprenditori, laddove la crescita economica del singolo privato è proporzionale al numero di altri individui che troveranno così una fonte di sostentamento.

2.2. Pragmatismo istituzionale : Stato post-moderno e flussi finanziari (Nicola Zingaretti)

Anche Zingaretti parla in quanto e dall’interno delle istituzioni, ma l’Italia non ha più posizione paritaria o addirittura dominante rispetto agli altri attori, bensì subalterna. Se Berlusconi sembra riproporre la carta geo-politica novecentesca, Zingaretti allestisce un mondo post-moderno, globalizzato, in cui le “tensioni marittime” dominano quelle “terrestri”. Laddove il leader di Forza Italia legge nell’atlante mondiale la contrapposizione fra un soggetto (l’Occidente liberale) e un anti-soggetto (la Cina comunista) distinti in base alle rispettive visioni dello Stato, Zingaretti vi legge una condizione prima, che all’interno del suo racconto compare ineluttabile e incontrovertibile : l’interconnessione finanziaria. La manque da cui parte l’eroe Zingaretti non dipende dalle intenzioni e azioni di un anti-soggetto ma da un difetto endogeno, il debito pubblico, da cui discende la vulnerabilità dell’Italia, oggetto del giudizio in primis dei mercati e di conseguenza dell’Europa.

L’anti-soggetto non è colui che esprime una diversa concezione dello Stato, ma l’irresponsabile, il teatrante, colui che recita la parte del cittadino all’interno delle istituzioni :

“(…) a settembre 2018 avevano detto l’Italia crescerà dell’1,4%, ora siamo allo 0%, e nella giornata di oggi, lo spread è schizzato a 280, lo sa che vuol dire ? che gli italiani e le italiane pagheranno il mutuo molto di più di un anno fa se si vogliono comprare una casa, e gli imprenditori italiani pagheranno i mutui molto di più se vogliono investire. (…) purtroppo le condizioni materiali di vita degli italiani peggioreranno sempre di più. (…) Oggi il Ministro del Tesoro ha dichiarato sul principale giornale finanziario nazionale che dopo le Europee o aumenteranno l’iva o ci sarà un taglio di 24 milioni di euro, e Salvini e Di maio dicono che non lo faranno mai. Salvini ha detto che se necessario sfonderemo il 3%, e da quando l’ha detto lo spread dei titoli italiani è schizzato a 280. Sa cosa vuol dire ? che verranno bruciati mirati e miliardi delle italiane e degli italiani, perché dovremo pagare più interessi. (N. Zingaretti, DiMartedì, La7, 21 maggio 2019).

Secondo Zingaretti, DiMaio e Salvini ricercano l’adesione empatica dell’elettorato a discapito del dovere di calcolo e progettazione inscritto nel fare politico : le esternazioni compulsive rivolte al cittadino — sfondare se necessario la soglia del 3% — producono un’immagine dell’Italia presso le agenzie di racing e i commissari europei ondivaga e inaffidabile, da cui le valutazioni negative e di conseguenza l’incremento del debito. Se per Berlusconi il ruolo dell’europarlamentare è stringere alleanze e buoni rapporti contro nemici comuni, per Zingaretti consiste nel proiettare scenari che le agenzie di racing e i commissari europei valutino realistici e verosimili.

Rispetto allo scenario socio-economico, anche la società tratteggiata da Zingaretti è pensata a partire dai rapporti di produzione e vede nell’industria il motore della crescita. Ma mentre Berlusconi porta l’attenzione sulla quantità di guadagno individuale che ognuno è obbligato a versare allo Stato, le tasse, Zingaretti sposta il focus sulla percentuale di debito che ognuno è obbligato a pagare per il solo fatto di essere cittadino italiano. Da cui il giudizio di “scandaloso” e “irresponsabile” riferito alla condotta del Governo in carica : il danno principale arrecato all’Italia non dipende da quello che hanno fatto, dalle ricadute dirette dei loro decreti sulla società civile, ma da quello che hanno detto, da quello che hanno fatto credere alle banche, provocando l’aumento degli interessi che lo Stato, l’azienda e il singolo individuo devono pagare alle banche. Di conseguenza, il grande “piano per l’Italia” del PD non si innesca tramite la diminuzione delle tasse ma degli interessi, connettendo strettamente livello internazionale e livello nazionale, o meglio partendo dal primo per agire sul secondo, in una reazione a catena fra credibilità internazionale, sviluppo, crescita e lavoro.

Note de bas de page 19 :

F. Farinelli, La crisi della ragione cartografica, Torino, Einaudi, 2009.

L’atlante geo-politico cede il posto alla rete economica globale, che articola il mondo non in “poli” territoriali ma in posizioni di debito e credito, che si tratti di Stati, aziende o privati cittadini. Quello di Zingaretti è un mondo globalizzato in cui, come osserva Franco Farinelli19, le merci più preziose della società, ovvero le informazioni e il denaro, non viaggiano più secondo le leggi dello spazio e del tempo : i concetti di distanza e durata di spostamento perdono di pertinenza nei flussi ininterrotti che connettono virtualmente ogni punto con tutti gli altri. Se per Berlusconi la funzione dello Stato è di garantire la libera competizione fra individui all’interno di un’economia reale, in cui il denaro è frutto del lavoro, per Zingaretti esso ha l’obbligo di mediare fra società reale (le condizioni materiali di vita) e economia virtuale, in cui il denaro costa di più o meno in base alla credibilità del debitore.

2.3. Pragmatismo antagonista : il feudo e l’inviolabilità dei confini (Matteo Salvini)

M. Salvini : (…) in Italia non torneranno né il fascismo né il comunismo, né il nazismo. Quindi rassicuriamo tutti gli Italiani. Io posso garantire per i prossimi 50 anni.(Povera Patria, Rai 2, 29 aprile 2019).
 
M. Salvini : Il Ministro dell’Interno ha celebrato il 25 aprile, onorando la memoria di chi ha liberato il paese dagli occupanti 70 anni fa impegnandosi a liberare il Paese dagli occupanti mafiosi di oggi, (…). A Corleone non ho chiesto se c’erano quelli di destra o di sinistra, c’era la gente, che diceva grazie al Governo. (…) in tante città italiane, dopo le manifestazioni, Modena, Milano, Bergamo, sapete cosa c’era scritto sui muri o per terra? Salvini muori. Salvini appeso. Salvini fascista. Saranno imbecilli, ma evidentemente, a furia di scrivere sui giornali, e dagli al fascista, al nazista, allo xenofobo, la sessista, al razzista, e poi si raccoglie che in strada c’è quella roba lì (Povera Patria, Rai 2, 6 maggio 2019).

Il leader della Lega si riferisce indifferentemente a fascismo, comunismo e nazismo come altrettanti regimi illiberali, violenti e soprattutto estinti : il fatto che l’Italia sia stata governata dai fascisti e occupata dai nazisti, mentre il comunismo al limite ha costituito una blanda eventualità non fa alcuna differenza, in quanto si tratta di fenomeni o congetture appartenenti al passato e senza alcun rapporto con il qui e ora del presente.

L’opposizione fra fascisti e partigiani si converte nello scontro fra autoctoni e occupanti, oggi sostituito da quello fra Polizia e mafia. A differenza di Berlusconi, che ritiene di perseguire una determinata idea di Stato tramite la strategia politica, Salvini condivide con Zingaretti il “superamento delle diversità ideologiche” a favore dei “temi concreti”. Ma se per Zingaretti la dialettica ideologica è superata dall’interconnessione finanziaria fra Stati-Nazione, per Salvini è “recessa” all’ordine pre-statale, a un diritto unicamente “terrestre”, incentrato sulla casa e sul suo padrone.

Come osserva ancora Farinelli, lo Stato moderno si immagina come estensione planare continua, omogenea e isotropa, concetti che non pertengono direttamente allo spazio fisico, ma alla sua riduzione “su carta” all’ideale geometrico. La micro-territorialità feudale, al contrario, dipende da un ordine spaziale di tipo geologico piuttosto che proiettivo, come aggregato e incassamento di corpi senza alcun rapporto gli uni con gli altri.

Note de bas de page 20 :

“Corleone vuol dire mafia, a parte il fatto che ormai la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta le abbiamo sottocasa, in Lombardia, in Toscana, in Emilia come in Sicilia”. M. Salvini, Povera Patria, Rai 2, 29 aprile 2019.

Come nel mondo ricorsivo di stampo medievale, nel dramma allestito da Salvini ogni “soggetto” — lo Stato, la Regione, il Paese, il privato cittadino — è “individuo”, è un’“isola amministrativa” che contiene altre isole, che a loro volta ne inglobano altre, fino alla singola persona fisica. Il territorio è descritto come sommatoria di Regioni (Lombardia, Toscana, Emilia, Sicilia) di città (Milano, Bergamo, Modena), paesi (Corleone)20, cittadini (“Andrea”, cfr. oltre) singolari, dotati di un’identità soggettiva unica e irriducibile condensata dal nome proprio.

La manque dipende dall’azione avversa di un anti-soggetto pragmatico, un aggressore fisico che minaccia o viola la legge dello spazio, che invade indebitamente lo spazio altrui o non si trova al proprio posto. Indifferentemente a livello internazionale (ingerenza dell’Europa sulle economie territoriali e sulle politiche del lavoro nazionali) e locale (diritto di sparare ai ladri), al centro dell’azione politica è la difesa del territorio : “È chiaro che io non potrò mettere una telecamera per i poliziotti in ogni via o in ogni giardinetto, e quindi se uno viene aggredito ha tutto il diritto di difendersi. Anzi, magari consiglierò a mia figlia di fare un corso di difesa”. L’azione di difesa operata dal Governo si prolunga senza soluzione di continuità in quella attuata dal “governato”, laddove il controllo poliziesco capillare espresso dalle telecamere “in ogni via e in ogni giardinetto” sta all’azione governativa come la detenzione e all’occorrenza l’utilizzo di un’arma legalmente posseduta sta all’azione privata di “difendersi”.

Non si tratta come nei casi precedenti di stimolare la crescita, ma al contrario di preservare un ordine chiuso e circolare, in sé non bisognoso di modifiche. L’opposizione fra destra e sinistra, appartenente a un passato corrotto e degenerato, è sostituita dal ritorno alla “legge del luogo” :

Cronista : un motivo indiscutibile per votare Salvini ?
M. Salvini : Mah, sarò diverso rispetto alle solite battaglie sull’immigrazione, sui confini. La Lega sta combattendo due battaglie che in parte ha già vinto : sul lavoro, perché l’Europa decide le sorti dell’agricoltura e della pesca italiana, e la Lega ha dimostrato qua che noi vogliamo difendere il Made in Italy. Due, L'Europa decide del lavoro e del commercio ambulante nelle spiagge con la direttiva Bolkestein, ha imposto la legge Fornero, impedisce di evitare i risparmiatori truffati dalle banche, quindi noi porteremo avanti i temi dell’agricoltura, della pesca, della difesa del commercio e del lavoro italiano (Povera Patria, Rai 2, 6 maggio 2019).

Scenario geo-politico e scenario socio-economico confluiscono in una condizione d’esistenza pre-capitalista, un mondo rurale e micro-territoriale (agricoltura, pesca, artigianato, vendita ambulante), in cui si sommano e incassano luoghi singolari (entroterra e litorale, borghi e spiagge), valorizzati dall’interno, dal punto di vista di chi li abita e agisce. Il versante produttivo è dipinto come ventaglio di mestieri, di pari valore e indipendenti gli uni dagli altri, accomunati dall’impegno fisico che richiedono al corpo : la produzione secondo Salvini segue il ciclo della natura e le leggi della fisica, crea beni e non denaro, dipende dal diritto di ognuno di sfruttare economicamente lo “spazio selvaggio” e beneficiare dei suoi frutti.

Come l’azione ostile dei comunisti si traduce nell’emergenza tasse (Berlusconi) e quella degli irresponsabili si traduce nell’emergenza debito pubblico (Zingaretti), quella dell’aggressore per Salvini si traduce nell’emergenza sicurezza. Da cui l’insistenza sull’omonimo decreto, cavallo di battaglia dell’intera campagna : “non ci sono pistole in più. (…) Io devo essere nel mio negozio, nel mio bar, devo essere in pericolo, devo detenere legalmente un’arma, come Andrea [commerciante accusato di omicidio per aver sparato a un ladro inerme], e a quel punto ho diritto di difendermi” (Povera Patria, Rai 2, 29 aprile 2019).

Di fatto, se Berlusconi e Zingaretti parlano per conto di e in quanto delegati del soggetto ideale e super partes dello Stato moderno, Salvini si propone in quanto corpo alla guardia di un ordine cosmologico di tipo pre-moderno, in cui la distinzione fra persona giuridica e persona fisica non sussiste e che fonde legge giuridica (diritto di difendersi), morale (maiali) e biologica (malati) in una norma non suscettibile di modifica e che non contempla alternative possibili : lo scontro fra visioni del mondo contrarie (Berlusconi) o fra diritto nazionale e economia globale (Zingaretti) si converte in quello fra corpi nella norma (che si trovano al proprio legittimo posto e fanno ciò che è legittimo fare in quel posto) e corpi che la contravvengono (criminali o malati).

2.4. Ideologia antagonista : la rete e il “Movimento” perpetuo (Luigi DiMaio)

L. Di Maio [interrogato sul caso Siri] : Io credo che bisogna spiegar bene agli italiani che questa vicenda Siri ha fatto arrabbiare tutti. Cioè un politico che aiuta un imprenditore con una legge ad aziendam, e fa un torto a tutti gli altri, che hanno una concorrenza sleale da questo aiuto. È il classico politico che fa il santo in paradiso per uno e scontenta tutti gli altri, è la cosa che ci ha fatto arrabbiare tutti in questi anni (…). (Povera Patria, Rai2, 6 maggio 2019).

La manque a monte dello scenario di DiMaio è la degenerazione del sistema rappresentativo in un’élite tendente all’auto-conservazione, che agisce per salvaguardare i propri privilegi (stipendio ai parlamentari, tangenti) a discapito della società civile : a livello nazionale come a livello internazionale, il Parlamento è polarizzato dall’opposizione fra politici di professione e semplici cittadini, che si traduce nell’emergenza corruzione.

A livello nazionale, funzione del Governo è “smantellare”, “annullare”, riparare ai danni provocati dalla politica indifferentemente a imprese, lavoratori, pensionati, famiglie. Da parte sua il leader parla dal podio di Confindustria e si schiera per il salario minimo garantito, promette tagli alle tasse e aumento del welfare, rifiuta categoricamente (al tempo) di dialogare con l’allora forza d’opposizione PD ma scrive il Decreto Famiglia insieme all’Associazione per le Famiglie, come se l’unico ostacolo all’armonia sociale fosse l’azione ostile della “casta”.

A livello internazionale, similmente, si tratta di disgregare, ostacolare, impedire una maggioranza frutto dell’accordo dei vecchi partiti :

L. Di Maio : ma io non credo che in questo momento il movimento sia in difficoltà alle Europee. Le Europee hanno una linea di tenuta : non far fare il 51% ai vecchi partiti che sarebbero il PD e la Forza Italia europei. In questo modo noi formiamo un nuovo gruppo, abbiamo già 9 movimenti simili a noi, post-ideologici, né di destra né di sinistra (…). Quel gruppo sarà determinante per le votazioni sul salario minimo, per le famiglie che fanno figli, per la ridistribuzione e rimpatri. (Povera Patria, Rai2, 6 maggio 2019).

Laddove Berlusconi stringe alleanze nel Parlamento europeo a partire da valori politici comuni, DiMaio costruisce “contro-alleanze” sulla base di un nemico comune e al fine di annientarlo o quanto meno debilitarlo. Di fatto, DiMaio condivide con Berlusconi la persecuzione di un valore “di principio”, un modello di governo garante ultimo delle proprie azioni, ma di senso contrario a quello in cui si identifica il cavaliere :

L. Di Maio : Noi monitoriamo nel mondo sistemi di forze politiche che stanno utilizzando sistemi di democrazia diretta per prendere decisioni al loro interno. (…) Non ci sono molte forze politiche che utilizzano come noi le tecnologie in maniera così spinta. La cosa importante che mi preme trasmettere è che tanti giovani, in qualsiasi posto del mondo, se iscritti al movimento possono incidere in una scelta politica. Questa è una forza politica che ha permesso (…) a semplici cittadini di entrare nelle istituzioni e di decidere. (L’aria che tira, La7, 11 giugno 2019).

Il continuo riferimento al “mondo” descrive una rete di coordinate interscambiabili, dove il luogo fisico in cui ci si trova è irrilevante ai fini della propria “presenza” all’interno delle istituzioni : il senso dello spazio è ridotto a puro canale di comunicazione e la politica a un perpetuo “Movimento” dall’esterno verso l’interno di posizioni di potere altrettanto sganciate da un qualsiasi “luogo proprio”.

Alla sovranità dello Stato DiMaio oppone la sovranità della rete, al soggetto sovra-individuale e astratto espresso dal primo un soggetto plurale composto di singole “intenzioni” disincarnate. Se Salvini subordina il potere politico a un ordine cosmologico inscritto nel “corpo” del territorio, DiMaio lo subordina a un ordine numerico, determinato dal numero di singole unità valorizzate unicamente in termini quantitativi.

L’interconnessione virtuale non determina un ambiente economico ostile e non riguarda più i grandi centri nevralgici del globo come nel caso di Zingaretti, ma costituisce un’opportunità di auto-governo orizzontale da parte dei singoli cittadini. La rete definisce uno spazio da cui la realtà fisica è definitivamente espulsa, che si oppone sia allo spazio ideale che lo Stato sovrano proietta sulla carta reale, sia al luogo singolare definito dallo Stato feudale : l’utilizzo “spinto delle tecnologie” sgancia gli individui dal posto in cui si trovano i loro corpi, e permette loro di comunicare e coordinarsi a prescindere dal “luogo proprio” delle decisioni politiche, il Parlamento, che infatti non è più il luogo di elaborazione di decisioni, ma il luogo di annullamento di quelle degli altri e ratifica di quelle prese altrove, in rete.

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Fig. 2. Sistemi di valori

3. Prove di forza : forme di interazione

Il presente paragrafo è dedicato ai rapporti di potere prefigurati dal “racconto” e mostrati tramite il dialogo “asimmetrico” con il giornalista, che con l’aiuto del modello di Eric Landowski ritradurremo in altrettante forme di interazione, inscritte nei modelli di mondo allestiti da ognuno e mostrate dal modo di rivolgersi al pubblico e di relazionarsi con il giornalista. Come anticipato in apertura, il modello distingue la valorizzazione dell’altro (o di sé) come soggetto o come oggetto e l’esercizio di una competenza cognitiva (o semplicemente “competenza”) o estesica (“presenza”).

3.1. Stili retorici

Le articolazioni topologiche e semantiche che abbiamo tentato di ricostruire nel precedente paragrafo sorreggono altrettante strategie di persuasione, inscritte nell’immagine comparativa che ognuno produce di sé e degli altri attori e nelle competenze che assegna al proprio potenziale sostenitore o elettore :

i) Paternalismo istituzionale (Berlusconi). Berlusconi chiede di essere valutato in base alla propria competenza cognitiva e tramite il suo esercizio. Nel primo caso, come abbiamo visto, si pone al “vertice dei vertici”, in virtù della propria capacità di elaborare strategie : il leader descrive il suo Partito come l’“Università della politica” e se stesso come “l’unico leader il campo”, collocandosi senza remore fra i più famosi e incisivi leader dell’Occidente. Nel secondo, lo stesso chiede al “pubblico a casa” di “ragionare”, di valutare e comparare argomentazioni e dati (apportati circa l’azione dei suoi precedenti governi e quella ostile dei “comunisti” vecchi e nuovi).

ii) Fraternalismo istituzionale (Zingaretti). Anche Zingaretti si attribuisce competenze strettamente cognitive specifiche della politica, e chiede al proprio interlocutore un giudizio razionale. Tuttavia Zingaretti, come abbiamo visto, attribuisce tali competenze non direttamente a se stesso ma al Partito, e porta l’attenzione sulla bontà del processo decisionale che conduce a determinate scelte piuttosto che altre. La competenza che assegna a sé e a ognuno degli altri esponenti di Partito è identica, e consiste per l’appunto nell’obiettività di colui che critica l’altro come se stesso, riconoscendo di aver peccato di “disattenzione” e “forse un po’ di arroganza”. Allo stesso modo, l’interlocutore è invitato implicitamente o esplicitamente a “farsi i calcoli”, a cogliere l’obiettività “matematica” della manque e misurare il “prezzo” che deve pagare a causa delle dichiarazioni irresponsabili degli avversari, dichiarazioni compulsive di cui non hanno voluto o saputo calcolare gli effetti.

iii) Paternalismo antagonista (Matteo Salvini). Come Berlusconi, Salvini si pone in posizione di superiorità rispetto alle altre forze politiche, ma la concezione dell’esercizio del potere è opposta per natura dell’azione (pragmatica e non cognitiva) e per posizione (fuori e non dentro le istituzioni) : “Qua non c’è l’ultra destra. Qua c’è la politica del buon senso. La Lega sottolinea il pragmatismo di quota 100. La gente mi chiede altre riduzioni di tasse, altro taglio della burocrazia, più poliziotti e sicurezza” (Comizio della Lega riportato da un servizio di MATRIX, Canale 5, 22 maggio 2019).

Se Berlusconi ascrive il proprio agire a una determinata concezione dello Stato, e Zingaretti a un’oggettiva capacità di calcolo, Salvini dichiara di esercitare il buon senso, una forma di apprensione delle cose intuitiva e non necessaria di esplicitazione che accomuna la “gente”. Non si tratta più di calcolare i danni e i benefici di ogni misura, ma di saper immedesimarsi nel singolo individuo e di “sentire” ciò di cui ha bisogno : “Io Andrea oggi pomeriggio l’ho chiamato, perché ha chiesto la vicinanza delle Istituzioni, io ci sono da Ministro, da papà, da Italiano, per qualunque necessità. (…) gli ho detto che ci sono (…)” (Povera Patria, 29 aprile 2019). Mentre il luogo proprio di Berlusconi e Zingaretti è ai vertici dello Stato, quello di Salvini è in “trincea” : insieme Ministro, Italiano e papà, il leader della Lega “esce” dai palazzi e si reca presso i singoli cittadini, li chiama per telefono, visita singoli paesi e commissariati, si prende cura di installare telecamere all’interno di asili e case di cura. Il potere si sposta da dentro a fuori le istituzioni, e chiede di essere giudicato non in base all’abilità cognitiva con cui esprime la carica istituzionale, ma in base all’abilità pragmatica e estesica del suo corpo, alla capacità di immedesimazione e di congiungimento con ognuno dei singoli punti, luoghi e persone fisicamente distribuiti sul territorio.

iv) Fraternalismo antagonista (Luigi Di Maio). DiMaio, come Zingaretti, si dipinge “alla pari” rispetto ad altre forze politiche della stessa specie, ovvero i movimenti “post-ideologici”, e aperto a qualunque cittadino “in qualunque parte del mondo si trovi”, ovvero dialoga con qualunque forza politica che non sia un “vecchio partito” e con chiunque non ricopra alcuna carica pubblica. La gerarchia istituzionale è denegata a favore di una rete orizzontale e a-gerarchica che dovrebbe permettere alla società civile di auto-gestirsi.

Il leader chiede di essere valutato in base al grado di coinvolgimento della società civile e alla trasparenza del meccanismo che conduce i cittadini dall’esterno verso l’interno delle istituzioni. Non è il Potere che esce dai Palazzi e si reca presso ognuno dei “governati” per proteggerli, ma sono i “governati” a entrare nei Palazzi, al fine di accedere al potere legislativo. Mentre Salvini si appella all’operosità del proprio corpo, DiMaio si appella all’orizzontalità costitutiva della rete informatica, che azzera distanze e durate e permette l’accesso di chiunque lo desideri al “potere legislativo”.

3.2. Stili dialogici

Note de bas de page 21 :

Su questo tipo di interazioni, cfr. D. Luz Pessoa, “Les régimes de sens et d’interaction dans la conversation”, Actes Sémiotiques, 120, 2017.

L’analisi si concentra sul modo in cui ogni leader si rapporta alle “briglie” impostegli o propostegli dal frame giornalistico (pertinenze, temi, punti di vista) e televisivo (tempi di parola, rispetto dei turni conversazionali, stile di linguaggio), tentando di individuare le forme di interazione adottate da ognuno nei confronti dell’interlocutore21. (Cfr. infra, Fig. 3).

In termini di stili dialogici, la Programmazione (“comizio”) individua un’interazione dialogica che nega il frame discorsivo proposto o contro-proposto dal giornalista. L’intervistato nega l’interlocutore, persegue un programma comunicativo pregresso che non viene modificato dall’interazione in corso, e nega il ruolo e l’autorità dell’intervistatore nello stabilire l’agenda.

Tale stile dialogico è adottato in primo luogo da DiMaio, che ignora domande scomode o risponde con altre domande che modificano i temi, i ruoli e le pertinenze stabilite dalla domanda di partenza, arriva a ripetere meccanicamente un’identica frase come se l’interlocutore non esistesse o non si stesse rivolgendo a lui :

P. Senaldi (giornalista ospite) : (…) A me viene da ridere che i grillini, che sono quelli del vaffa, della scatoletta di tonno, che sono quelli dell’impeachment a Mattarella, abbiamo scoperto il garbo istituzionale. Come ci possiamo credere?
(…)
L. Di Maio : La mia risposta è molto semplice : io voglio badare alle questioni concrete. (…)
C. De Gregorio (giornalista ospite) : simbolicamente Salvini porta l’elettorato dell’estrema destra al governo. Voi state governando con una forza politica che chiama i voti dell’estrema destra. La sua posizione rispetto a Casa Pound oggi, non egli anni Settanta, è diversa ?
L. Di Maio : Io da Ministro del Lavoro sto ancora smantellando le leggi vergognose che ha fatto il PD contro le imprese, i lavoratori e i pensionati (…).
Concita De Gregorio (giornalista ospite) : lei non ha risposto.
L. Di Maio : Io da Ministro del Lavoro sto ancora smantellando le leggi vergognose che ha fatto il PD contro le imprese, i lavoratori e i pensionati (…). (DiMartedì, La7, 14 maggio 2019).

In tono e grado minore, anche Berlusconi sposa spesso tale scontro “frontale” :

S. Berlusconi : Nel 2011 c’è stato un tranquillo colpo di stato contro di me …
G. Floris : …lo spread era a 570 e lei non aveva più la maggioranza…
S. Berlusconi : … scusi ma mi lasci continuare. Berlusconi prima è stato mandato a casa, ero l’ultimo governo eletto dai cittadini, nel 2008, nel 2013 c’è stata una sentenza di condanna per frode fiscale, non era vera …
G. Floris : … beh, era vera, ha preso conoscenza…
S. Berlusconi : … non erano vere. Ora la corte di Strasburgo abrogherà la sentenza italiana…
G. Floris : … ma cosa dice, scusi, non possono abrogare una sentenza italiana…
S. Berlusconi : … allora, se lei non mi lascia dire le cose è inutile che io continui a parlare…
G. Floris : ma…
S. Berlusconi : … io non accetto più che mi interrompa così. Mi deve lasciar finire. Voglio dire che… (DiMartedì, La7, 21 maggio 2019).

La Manipolazione (“dibattito”) individua un’interazione come negoziazione del frame discorsivo ; l’intervistato interagisce cognitivamente con l’interlocutore, discute e contratta i temi e i punti di vista imposti dall’intervistatore e tenta tramite l’argomentazione di convincerlo delle proprie posizioni. Tale stile è caratteristico di Zingaretti, e largamente abbracciato da Berlusconi, che afferma energicamente la bontà del proprio punto di vista, ma rimane quasi sempre entro i limiti del dibattito particolarmente conflittuale, in cui comunque l’interlocutore viene riconosciuto.

L’Aggiustamento (“show”) individua un’interazione imperniata sulla reattività al frame discorsivo : l’intervistato interagisce estesicamente con l’interlocutore, si plasma a partire dai temi e i punti di vista proposti, modificando toni, argomentazioni, stili di linguaggio in funzione di quelli adottati dal giornalista e dell’orientamento politico del programma. Tale stile è caratteristico, sorprendentemente, di Matteo Salvini, per il quale il “comizio” è l’ultima risorsa in contesti particolarmente ostili, di fronte a domande troppo dirette e frontali per essere aggirate, ma che tendenzialmente si rimodella perennemente a partire dalle posizioni assunte dall’interlocutore : condivide appieno la posizione di Alessandro Poggi, neutralizzandone il polo critico (cfr. infra), ostenta pazienza di fronte a critiche ridotte a insulti o fa il gesto di toccarsi i genitali di fronte a critiche ridotte a maledizioni, parla di caccia e pesca quando ci si aspetta che parli di immigrazione e sicurezza, passa dal registro pomposo dell’istituzione (“da Ministro dell’Interno io…”, “la Lega sottolinea…”) a quello confidenziale e intimo (“Io Andrea l’ho chiamato…”, “figurati, io parlo con tutti…”) a seconda delle mosse dell’altro, aggira di continuo la critica riassorbendola a proprio vantaggio.

L’Affidamento (“esame”) individua un’interazione imperniata sull’assimilazione al frame discorsivo : l’intervistato si conforma passivamente ai temi e ai punti di vista imposti dall’intervistatore e vi si attiene fedelmente. Anche se raramente, Zingaretti è l’unico dei quattro che talvolta subisce inerte le pertinenze e le prospettive imposte dall’interlocutore senza fare alcun tentativo di negoziare o modificare l’“ordine del discorso”, di re-inquadrare a proprio favore il campo stabilito dal giornalista.

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Fig. 3. Stili dialogici

4. Sogni di governo

L’interesse e l’eventuale utilità del genere di messe a fuoco che abbiamo elaborato a partire da un corpus certamente circoscritto, non rappresentativo della quantità e eterogeneità di “prese di parola” che definiscono l’immagine pubblica del leader, risiede a nostro avviso nell’isolare ordini di relazioni e rapporti di forza che proprio l’effetto di “nebulosa” del populismo tende a occultare.

Con “sogni di governo” ci riferiamo al modello globale che emerge dalla comparazione fra i distinti ordini di relazioni che abbiamo tentato di mettere a fuoco, a prescindere dalle esplicite dichiarazioni di ognuno. Ognuna delle singole dimensioni che abbiamo analizzato afferisce indifferentemente alla mise en scène, e la distinzione fra “racconto” e “spettacolo” consente di disimplicare una teoria del potere risultante dal rapporto fra le interazioni prefigurate dal primo e quelle esercitate nel secondo.

L’unica cosa su cui tutti concordano è infatti che “siamo in democrazia” e che la democrazia è il migliore dei sistemi possibili. Ognuno ritiene, in quanto singolo parlamentare o in quanto Partito / Movimento, di esprimerne la versione più alta e corretta, ma le rispettive forme di interpretarla divergono al punto da prefigurare modelli contrari o contraddittori, che abbiamo tentato di isolare a partire dalla modellizzazione dei regimi politici proposta da E. Landowski :

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Note de bas de page 22 :

Cfr. “Politiques de la sémiotique”, cit., p. 20.

Fig. 4. Modelli di governo.22

Per quanto riguarda le due “identità giuridiche”, ovvero coloro che si identificano nella carica istituzionale, entrambi, in misure diverse e per ragioni opposte, tendono a trascendere il sistema della democrazia rappresentativa.

Berlusconi si attribuisce una competenza cognitiva e si appella alla razionalità del suo ascoltatore, ma l’immagine di sé e del mondo che offre non è suscettibile di negoziazione. Al contrario, si propone di “far sognare gli Italiani” come nel passato, in virtù di doti innate e idiosincratiche, in cui di fatto persona giuridica e persona fisica finiscono per coincidere. Se guardiamo allo stile retorico e allo stile dialogico del leader di Forza Italia, la democrazia rappresentativa di cui si ritiene il più alto interprete verte verso l’assolutismo, modellando un rapporto tra governatore e governati imperniato sulla fiducia cieca nelle qualità “sovra-umane” del leader e nella sua insindacabile “versione dei fatti”.

Zingaretti appare il più fedele alle regole della politica e della democrazia : cultore del dibattito civile e del “libero esercizio dell’intelletto”, il leader del Partito Democratico sembrerebbe esprimere il paradigma stesso dell’omonimo modello di governo. Tuttavia, anche la sua è una democrazia aporica : il mercato finanziario globale compare infatti, nel suo discorso, come la soglia d’arresto all’intervento della politica e la condizione ineluttabile che questa deve gestire ma non può trasformare. Nemmeno Zingaretti “scoperchia” il valore dei valori : la sua battaglia non sfiora minimamente i diritti civili ; le posizioni rispetto all’immigrazione riguardano una “gestione razionale concertata con l’Europa” e non diritti ineludibili dell’essere umano ; le posizioni sulla sicurezza della destra sono criticate in quanto inutili o pericolose, ma la centralità del tema non è minimamente messa in discussione. L’unico partito tradizionalmente di Centro-Sinistra è un partito che si dichiara non ideologico, è assente dal luogo di affermazione o negazione dei valori in sé. Anche la democrazia di Zingaretti, da questo punto di vista, è “monca” e tende all’affidamento, non nella posizione sovrana che si ritaglia Berlusconi ma in quella subalterna, imperniando il proprio progetto di intervento su una sorta di nuovo stato di natura (l’interconnessione finanziaria) su cui non c’è niente da discutere o negoziare.

Più interessante, ai fini della nostra piccola indagine, sono le forme di esercizio del potere prospettate dalle due “identità fisiche”, che coincidono con i leader delle due correnti populiste italiane.

Il discorso di Salvini delinea un fare politico imperniato sulla difesa di un ordine precedente al dibattito parlamentare e indiscutibile fuori dal Parlamento, nelle piazze e sui giornali. L’azione di governo, conseguentemente, è concepita come la realizzazione di un programma pregresso, non suscettibile di modifica tramite l’interazione con le altre forze politiche (non c’è tempo né bisogno di “discutere” con gli alleati come con gli avversari) o con istanze critiche (i giornalisti che lo dipingono come “xenofobo”, i manifestanti che gli danno del fascista e gli augurano la stessa sorte subita da Mussolini). Da questo punto di vista, per quanto “siamo in democrazia”, il suo modello tende al totalitarismo : il leader della Lega chiede fiducia in virtù della volontà, dedizione e sensibilità attestati dal suo corpo e dal suo “buon senso”, ovvero competenze auto-evidenti che non necessitano di esplicitazione e dunque tanto meno di negoziazione. Salvini ascolta ognuna delle richieste della gente ma condanna le critiche (oziose e prive di effetti), chiama “Andrea” per fargli sentire il proprio supporto ma in quanto “cittadino nella norma”. Nonostante il costante esercizio di presenza, l’interazione tra governo e governati immaginata da Salvini esprime un regime di programmazione : l’altro, colui che esprime un’intenzionalità distinta, è ridotto a ostacolo da rimuovere.

Note de bas de page 23 :

A proposito della cosiddetta “Guerra del Golfo” del 2003, Landowski riconduce l’attacco statunitense al regime della programmazione e la reazione irachena a quello dell’aggiustamento, laddove “una condotta militare ispirata a questo principio consisterebbe nel lasciare nella misura del possibile che l’avversario segua la propria inclinazione al fine di trarne vantaggio. (…). Questi tre approcci [programmazione, manipolazione, aggiustamento] (…) si potrebbero etichettare rispettivamente con i nomi di Clausewitz, Macchiavelli e Sun Tzu”. Rischiare nelle interazioni, cit., pp. 56-58.

D’altra parte, l’interazione con i delegati del “quarto potere” lo vede maestro indiscusso dell’improvvisazione, dotato di una reattività sensibile che gli consente di differire, aggirare, ri-orientare il dibattito a proprio favore, sposando, come l’aggiustatore per eccellenza, il “potenziale di situazione”. Di fatto, in un caso e nell’altro, Salvini è in guerra : il suo esercizio di rimodulazione plastica al frame giornalistico e televisivo non è quello dello sciatore alle prese con la neve o del danzatore che sposa i movimenti dell’altro, ma assomiglia di più all’approccio militare di Sun Tzu descritto da Eric Landowski, laddove sfrutta la propria sensibilità reattiva per neutralizzare il potere dell’altro23.

DiMaio, al contrario, sembra (e ritiene di) esprimere l’emblema stesso della democrazia diretta, un governare come rimodulazione costante in funzione della volontà degli iscritti al Movimento e idealmente dell’insieme dei cittadini. Il leader dei 5S chiede fiducia nel meccanismo di traduzione “automatica” delle singole volontà dei cittadini in misura governativa, come nella propria capacità e volontà di “sposare” i desideri e le richieste della società civile. Tale meccanismo, tuttavia, si basa anch’esso sull’oggettivazione dell’altro : se Salvini subordina la propria e altrui “persona fisica” a un ordine biologico, DiMaio la riduce all’ordine numerico.

Da questo punto di vista, lo stile del comizio adottato dal leader, più che contravvenire la sua immagine di “aggiustatore”, mette definitivamente in luce come la concezione di “democrazia diretta” di cui è portatore non preveda alcun genere di interazione, né sensibile né cognitiva, ma l’unione “numerica” di singole intenzioni disincarnate oggettivate dalla tecnologia. La sua ostilità al dibattito non può dunque sorprendere, poiché un simile meccanismo non prevede di fatto l’esercizio positivo di una personalità autonoma. Il suo stesso capo è un numero fra gli altri, e in quanto tale non è tenuto a “rilasciare dichiarazioni” : sua funzione è attuare il verdetto insindacabile degli iscritti.

Conclusioni

La nostra lettura ha tentato di decostruire il gioco multi-prospettico tramite cui ognuno dei quattro leader modella diversamente i medesimi “enti”, producendo distinti simulacri di sé, dell’altro e del mondo e delle azioni e interazioni che li legano. A livello generale, ciò che emerge dalla “comparazione incrociata” dei soggetti e dei rapporti modellati da ognuno è un moto di “svuotamento” — fisico e discorsivo — dei luoghi, dei tempi, dei soggetti e dei valori “ultimi” che fondano simbolicamente e giuridicamente un regime democratico.

Note de bas de page 24 :

A partire dal diverso uso fatto della dimensione sensibile nelle interazioni, Landowski distingue une forma autentica di aggiustamento, che in ambito politico definirebbe una vera quanto utopica democrazia diretta, da una forma simulacrale, corrispondente alla tipica demagogia dei populisti. Cfr. “Politiques de la sémiotique”, cit., pp. 21-22.

Se il seggio di una “sinistra di principio” è vuoto, quello della “destra di principio” assume i tratti di un pastiche anti-storico in cui Kennedy, Thatcher, Reagan e Putin appartengono indistintamente a una tradizione “liberale” contrapposta a un “comunismo” che unisce senza soluzione di continuità il PD e il Movimento Cinque Stelle, la magistratura e presidenza italiane e la Repubblica Cinese. Tuttavia, nei discorsi di Zingaretti e Berlusconi il Parlamento è comunque ancora il luogo in cui si compiono valutazioni e si maturano decisioni, e la politica permane un saper e poter fare strategico, che produce in primo luogo buone scelte. I due leader etichettati come “populisti”, al contrario, lungi da ripristinare una connessione fra politica e società civile, sembrano operare un ulteriore detournement dei ruoli e dei rapporti fondanti del patto democratico. Uno dei tratti tipici della demagogia populista sottolineato da Landowski è il simulacro di aggiustamento, in quanto i sui leader ostentano un’interazione sensibile con l’elettorato opposta a quella manipolatoria degli avversari24. Di fatto, è lo stesso simulacro a denunciare la finzione, dischiudendo aporie e contraddizioni molto più significative della (più o meno) coerenza dell’insieme.

Come abbiamo visto (e come denunciato da Zingaretti nell’intervento riportato in 3.2), entrambi “recitano” la parte del governato godendo però del potere dei governatori. Mentre Berlusconi e Zingaretti affermano, esplicitamente e implicitamente, di fare economia della “persona fisica” a favore della “persona giuridica”, gli altri due neutralizzano quest’ultima a favore della prima, impersonando ognuno a suo modo il “cittadino” modello. Questa è la prima impostura : il contatto fisico o virtuale con i “cittadini” si compie sempre fra una carica istituzionale e una persona fisica, due generi di attanti che non possono intrattenere un rapporto di aggiustamento, poiché si tratta di forme di soggettività non commensurabili, in cui la prima non contempla alcun corpo e alcuna sensibilità. È il Ministro dell’Interno che “chiama Andrea” ed è il Ministro del Lavoro che incontra l’Associazione per le famiglie, secondo un gap di potere e di natura primigenio che simulano di neutralizzare o sospendere.

Più in generale, nei due casi è la stessa forma Stato ad essere trascesa, e la tensione fra spazio reale e spazio ideale che la fonda è ridotta ora all’uno (lo spazio virtuale di DiMaio) ora all’altro (lo spazio fisico di Salvini) polo. Lo “Stato feudale” sotteso al racconto di Salvini identifica e salda indissolubilmente un’area fisica (la casa, quella del tabaccaio assalito dai ladri o del popolo italiano tutto), un soggetto (il privato cittadino Andrea, la “gente” di Corleone, gli agricoltori e pescatori italiani) e un ambito di legalità sovrano non perché stabilito su carta della Costituzione, ma perché espressione di un’unica identità soggettiva, il capo-famiglia, che amorevolmente ma dall’alto si prende cura dei suoi figli. L’identità nazionale non è entità che possa essere astratta dai singoli individui “biologici” e dalla materia del territorio in cui questi si collocano. Lo Stato sembra così regredire a una condizione d’esistenza arcaica : indifferentemente lo spazio e i soggetti sono pensati come incassamento ricorsivo di corpi singolari e auto-referenziali, ognuno “isola amministrativa” contenuta in una di ordine superiore.

La rete sovrana immaginata da DiMaio, al contrario, astrae tanto gli individui che lo spazio dalla dimensione fisica, descrivendo una forma d’esistenza liberata dalla densità della carta reale, in cui tutti possono entrare in relazione con tutti a prescindere dal luogo in cui si trovano. L’espressione “populismo digitale” in questo caso è decisamente più che una metafora. L’individuo implicato dalla retorica “grillina” è un punto senza spessore, come quelli geometrici : l’identità territoriale che Salvini assegna alle “persone del luogo” cede il posto a un’identità numerica indifferente alle diversità “qualitative” che distinguono gli individui e i luoghi gli uni dagli altri. Il “cittadino modello” modellato e interpretato da entrambi, in sé un’impostura, è di conseguenza anch’esso, in ogni caso, un non-soggetto, ovvero un individuo ridotto al corpo biologico, in diritto di difendersi ma non di criticare, oppure a numero, che a prescindere da qualunque qualità soggettiva “vale uno”.

Non vi è dunque alcuna contraddizione di fondo fra totalitarismo e show (Salvini) e fra democrazia diretta e comizio (DiMaio) : le interazioni narrate e esercitate da entrambi mostrano una medesima tensione al potere assoluto, che cancella dal discorso gli spazi, i tempi e i soggetti che, in democrazia (rappresentativa e tanto più diretta), lo rendono negoziale.

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Notes

1 Il nostro studio si avvale dei dati prodotti dal panel GFK (DISPOC - Dipartimento di Scienze Sociali, Politiche e Cognitive dell’Università di Siena). Un’analisi socio-politologica degli stessi è stata elaborata da P. Isernia, T. Bonini et alii, Media, Party Leaders and the 2019 EU Elections (https://interdispoc.unisi.it/en /journal/media-party-leaders-and-the-2019-eu-elections). L’analisi che presentiamo in questa sede si fonda sulle trasmissioni DiMartedì (La7), L’aria che tira (La7), MATRIX (Canale 5), Povera Patria (Rai2), nel periodo 22 aprile - 22 giugno 2019, selezionate in base a criteri cronologici (un mese prima e un mese dopo le elezioni) e di bilanciamento (orientamento politico delle stesse).

2 Cfr. “Populisme et esthésie”, Actes Sémiotiques, 121, 2018, p. 1.

3 “La politique spectacle revisitée : manipuler par contagion”, Versus, 107-108, 2009, pp. 13-14.

4 È lo stesso Landowski a suggerire di vertere l’attenzione sulla mise en scène quale “fattore esplicativo” cruciale del fenomeno populista. Cfr. “Populisme et esthésie”, cit.

5 La riflessione sul rapporto fra potere e rappresentazione attraversa l’intera opera mariniana. Cfr. in particolare L. Marin, “Le pouvoir et ses représentations”, in Politiques de la représentation, Paris, Kimé, 2005. Tr. it. “Il potere e le sue rappresentazioni”, Carte Semiotiche Annali, 4, 2016, pp. 206-218.

6 Sui rapporti fra nuove forme della comunicazione e fenomeni populisti rimandiamo in particolare a A. Dal Lago, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Milano, Raffaello Cortina, 2017, e M. Revelli, Populismo 2.0, Torino, Einaudi, 2017. In ambito semiotico, cfr. l’idea di social-ismo elaborata da F. Sedda e P. Demuru, “Social-ismo. Forme dell’espressione politica nell’era del populismo digitale”, Carte Semiotiche Annali, 6, 2020, e l’analisi delle strategie persuasive del Movimento 5 Stelle sviluppata da E.M. Bianchi, “La strategia della partecipazione. Il caso italiano del Movimento 5 Stelle”, ibid., e G. Gallo, “Enunciazioni ‘politiche' e social web : il caso italiano tra contratto di governo e patto fiduciario”, ibid.

7 J.-M. Floch, “Sémiotique et design. La scénographie du pouvoir dans le mobilier de haute direction”, Protée, 21, 1983. Tr. it., “Le scrivanie per dirigenti. Analisi di una scenografia del potere”, in A. Semprini (a cura di), Il senso delle cose, Milano, FrancoAngeli 1999. Ora in Bricolage. Lettera ai semiologi della terraferma, a cura di M.L. Agnello e G. Marrone, Milano, Booklet, 2006.

8 Ne riassumiamo per comodità di lettura i tratti cruciali : la programmazione individua un genere di interazione che nega la relazione con l’altro e il suo statuto di soggetto, e prevede un programma d’azione o comunicazione pregresso che non viene modificato dall’interazione in corso ; la manipolazione individua un genere di interazione che punta sulla razionalità dell’altro per condurlo ad abbracciare le proprie opinioni o posizioni o ad accettare la necessità o ragionevolezza di soluzioni per lui non del tutto o affatto favorevoli ; l’aggiustamento impone di “sposare” il potenziale di situazione, un’interazione fondata sulla sensibilità e la capacità di reazione e riconfigurazione a partire dalle azioni e le “mosse” dell’altro ; l’affidamento individua un genere di interazione che nega l’alterità, prefigurando o esercitando l’assimilazione passiva all’altro in virtù di un’ineluttabilità non negoziabile. Cfr. la sistematizzazione teorica offerta dall’autore in Rischiare nelle interazioni (2005), Milano, FrancoAngeli, 2010. Rispetto nello specifico al campo del politico, cfr. E. Landowski, “Politiques de la sémiotique”, Rivista Italiana di Filosofia del linguaggio, 13, 2, 2019.

9 “A distinguere anzitutto il discorso populista è una vaghezza semantica di fondo, il costante dislocarsi entro una nebulosa di significato che costituisce, in chiave semiopolitica, il campo d’azione e l’orizzonte strategico dei soggetti che ne fanno uso”, P. Demuru e F. Sedda, “Da cosa si riconosce il populismo. Ipotesi semiopolitiche”, Actes Sémiotiques, 121, 2018”, p. 3.

10 “Noi siamo il Partito che ha la classe dirigente più elevata. In Parlamento, il nostro gruppo è l’Università, gli altri partiti sono molto meno dell’Università e qualcuno, come i 5 Stelle, è l’asilo. (…). Abbiamo ministri molto capaci, assessori molto bravi, sindaci molto bravi, abbiamo insomma la migliore classe dirigente di qualunque altra forza politica”. S. Berlusconi, MATRIX, Canale 5, 22 maggio 2019.

11 “(…) io sono l’unico leader decente in campo. Ma guardi in giro. (…) Ma lo sa cosa ho fatto io nella vita ? guardando a quello che ho fatto io, e ai miei 9 Governi, che sono stati giudicati da un’università non di centro-destra, aver fatto cose migliori dei 50 governi precedenti tutti insieme, per non parlare di quello che è stato fatto dopo, con i risultati dell’isolamento dall’Europa. (…) io vorrei essere ricordato semplicemente perché i miei Governi sono stati meglio di qualunque altro governo nella storia della Repubblica fino a ora”. S. Berlusconi, DiMartedì, La7, 21 maggio 2019.

12 “(…) i grillini rappresentano per l’Italia oggi un pericolo maggiore di quello che rifece scendere in campo nel 94 per evitare che i comunisti pigliassero il potere. Perché ? Perché hanno le stesse idee dei comunisti, ma sono spinti da un impulso di invidia sociale e in più hanno un’assoluta incompetenza, inesperienza, impreparazione… sono dei dilettanti (…)” (S. Berlusconi, MATRIX - Canale 5, 22 maggio 2019) ; “Questi scappati di casa sono persone che non hanno mai lavorato [riferito ai Grillini], che non sanno quali sono i problemi di un’impresa, i problemi del mondo del lavoro, nessun Italiano assegnerebbe a uno di questi una piccola impresa, che so un bar, o una fabbrichetta con dieci-quindici persone, gli Italiani con il loro voto gli hanno dato in mano l’Italia” (S. Berlusconi, DiMartedì, La7, 21 maggio 2019).

13 “Guardi che nessuno nega, e ne abbiamo discusso, che noi siamo riusciti con i nostri governi a portare l’Italia fuori dalla crisi, che forse c’è stata poca attenzione, molta disattenzione alle disuguaglianze e forse anche un po’ di arroganza, ma tutti gli indicatori del lavoro, della crescita, dello sviluppo, della credibilità internazionale in questi 11 mesi sono peggiorati. (…) Ieri hanno chiuso diverse pagine facebook, che avevano due milioni e 600 mila followers, perché erano caratterizzate da dire solo bugie, insulti e fake news. E la maggior parte di queste pagine era riferibile a 5 Stelle e alla Lega. Noi viviamo in un tempo purtroppo nel quale il dibattito politico, che dovrebbe essere sulle idee, punta, invece che sulle idee diverse, a distruggere le persone che esprimono le idee, a prescindere dalle loro idee, e quindi siamo nel pieno di una degenerazione. Quando io sento questi argomenti non ho paura per me, ma credo sia grave per tutti noi, perché impedisce che il confronto in un grande Paese come questo sia fatto sulle cose concrete (…)”. N. Zingaretti, DiMartedì, La7, 21 maggio 2019.

14 “(…) io guardo avanti, mi son portato un elenco dei dossier che ho sulla scrivania, oggi ero al Ministero dell’Interno a vedere i fascicoli lotta alla droga, dossier per combattere le truffe agli anziani, dossier sulle case-famiglia, coi minori ostacolo delle case famiglia, un nuovo testo unico sull’immigrazione, (…) le telecamere negli asili nido e nelle case di riposo, una legge che inasprisce le pene per chi maltratta e abbandona gli animali (…). Io ho intenzione di andare avanti, non rispondo e lavoro, lavoro, lavoro. Sarebbe opportuno che tutti facessero così”. M. Salvini (interrogato sulla tenuta del Governo), Povera Patria, Rai 2, 29 aprile 2019.

15 “Io penso che questo governo ha senso che vada avanti nei prossimi quattro anni se fa le cose concrete. (…) Il senso di questo governo è di fare cose concrete. (…) gli Italiani ci mandano a quel paese se cominciamo ad alimentare dibattiti su destra e sinistra degli anni Settanta, noi dobbiamo occuparci dei temi concreti. (…) Noi abbiamo due livelli. Uno è quello dei fatti, e il governo produce fatti, e i numeri in Parlamento ci sono solo se il Movimento 5 Stelle vota le leggi. L’altro è il livello delle parole”. L. DiMaio, DiMartedì, La7, 21 maggio 2019.

16 “Bisogna cambiare la politica europea e modificare l’Occidente perché solo un Occidente unito potrà resistere alla sfida espansionistica e egemonica del comunismo cinese”. S. Berlusconi, DiMartedì, La7, 21 maggio 2019.

17 “Nel 2011 c’è stato un tranquillo colpo di stato contro di me, per esserci colpo di stato non c’è bisogno odi avere i carri armati in strada, basta che si mandi via un governo eletto democraticamente e al suo posto se ne metta uno non eletto. (…) La Magistratura di sinistra ha avuto un ruolo nel mio allontanamento, sulla base di questa sentenza io sono stato buttato fuori dal Senato (…), adesso sono tornato perché il mio senso di responsabilità mi induce ad impegnarmi ancora perché l’Italia corre un grave rischio, perché bisogna cambiare l’Europa”. S. Berlusconi, DiMartedì, La7, 21 maggio 2019.

18 Cfr. in particolare C. Schmitt, Land und Meer : Eine weltgeschichtliche Betrachtung (1942), Stuttgart, Reclam, 1954. Tr. it., Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Milano, Adelphi, 2002.

19 F. Farinelli, La crisi della ragione cartografica, Torino, Einaudi, 2009.

20 “Corleone vuol dire mafia, a parte il fatto che ormai la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta le abbiamo sottocasa, in Lombardia, in Toscana, in Emilia come in Sicilia”. M. Salvini, Povera Patria, Rai 2, 29 aprile 2019.

21 Su questo tipo di interazioni, cfr. D. Luz Pessoa, “Les régimes de sens et d’interaction dans la conversation”, Actes Sémiotiques, 120, 2017.

22 Cfr. “Politiques de la sémiotique”, cit., p. 20.

23 A proposito della cosiddetta “Guerra del Golfo” del 2003, Landowski riconduce l’attacco statunitense al regime della programmazione e la reazione irachena a quello dell’aggiustamento, laddove “una condotta militare ispirata a questo principio consisterebbe nel lasciare nella misura del possibile che l’avversario segua la propria inclinazione al fine di trarne vantaggio. (…). Questi tre approcci [programmazione, manipolazione, aggiustamento] (…) si potrebbero etichettare rispettivamente con i nomi di Clausewitz, Macchiavelli e Sun Tzu”. Rischiare nelle interazioni, cit., pp. 56-58.

24 A partire dal diverso uso fatto della dimensione sensibile nelle interazioni, Landowski distingue une forma autentica di aggiustamento, che in ambito politico definirebbe una vera quanto utopica democrazia diretta, da una forma simulacrale, corrispondente alla tipica demagogia dei populisti. Cfr. “Politiques de la sémiotique”, cit., pp. 21-22.

Pour citer ce document

Maria Cristina Addis, « Relations de pouvoir : l’impostura populista », Actes Sémiotiques [En ligne], 123, 2020, consulté le 22/10/2020, URL : https://www.unilim.fr/actes-semiotiques/6548, DOI : 10.25965/as.6548

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